Una strada privata, accanto al distributore di carburante. Il cartello avverte che i posti sono esclusivamente riservati ai condomini. Una porta rivestita di similpelle trapuntata verde scuro è malamente illuminata. Scuola di danza, in ottone lucido.
Proviamo ad aprire. E’ aperto, un disimpegno e un’altra porta di fronte, chiusa. A destra una aperta, la sala. All’inizio un tavolo con una signora bionda, portabiti addossati alla parete fino al soffitto. A sinistra il parquet lucido, chiaro, vasto, tavoli e sedie lungo la parete. Negli angoli opposti la console del musicalizador e il bar.
Doveva essere uno stabilimento, una fabbrica, è enorme, il soffitto è tanto alto che si potrebbe giocare a pallavolo. Alle pareti quadri, no sono fotografie. Fotografie di maestri in esibizioni. I tavoli sembrano liberi in massima parte, ma i più recano un biglietto che riporta con grafia sbrigativa “riservato”. Ecco alcuni amici: siamo allievi della stessa maestra. Prendiamo posto. Ognuno estrae le scarpe dalle sacche che recano numeri di telefono di Buenos Aires e uno strano odore di vernici.
Il maestro è già arrivato ma non è in sala, si percepisce l’attesa e la tensione. Per alcuni è il tango stesso per altri, alcuni sono scettici ma che vorrà dire “tango senza passi”.
Eccolo in fondo alla sala, un uomo magro che sembra più alto di quanto non sia. Incede non cammina, camicia e pantaloni da taglio classico, rigorosamente in nero. Spiccano le scarpe lucide e l’anello il cui oro circonda una pietra nera quadrata. E la maestra, molto giovane, anch’essa si distingue per il portamento e un’onda di capelli castani sciolti, fluenti. E’ magra ma muscolosa di danza, il ventre piatto sottolineato dall’abito nero aderente.
Gli applausi, un po’ timidi, danno il benvenuto quando uno che era vicino all’ingresso prende la parola: -Diamo il benvenuto al maestro Carlos Gavito e Maria Plazaola-.
L’applauso si fa scrosciante. Gavito con un cenno con la mano e scuotendo un po’ la testa invita a smettere: - Buona sera, espero compriendes español? sono molto contento di essere a Italia in questa bella città. Siamo qui per el tango e allora iniziamo. Ponemos dos tangos y bailamos. Si capisce-
Insomma balliamo noi e Gavito ci osserva, un grande professionista che osserva dei dilettanti impacciati e intimiditi. Io mi concentro sulla musica e su Ines con lei abbiamo partecipato a più di uno stage, c’è un gran feeling e siamo molto amici, è sempre divertente ballare con lei.
E’ un tango che non conosco forse di D’Arienzo . Non siamo i soli ad essere impacciati. Gavito si avvicina e mi dice di alzare la testa, di stare dritto col busto, con le mani modifica la mia postura.
Ad un altro dice un’altra cosa, ma sono troppo concentrato su quello che mi ha detto per prestare attenzione su quello che mi accade intorno. Maria controlla e corregge le ragazze.
Finisce il tango e Gavito:- Uno mas.
Ne inizia un altro, lo conosco ma non ricordo né il nome n’è l’autore, sembra sempre dell’epoca d’oro del tango della guardia vieja.
Ancora suggerimenti coppia per coppia. Interrompe la musica.
- El tango es…
Si sente un vociare in fondo alla sala, sembra un alterco un po’ strozzato. Tutti si girano. La coppia appena entrata smette di discutere, vanno subito al tavolo più vicino e si cambiano le scarpe.
Gavito è infastidito, ma riprende il filo dei suoi pensieri e ricomincia:
- el tango es energia, una energia interior, che si sente che si vede. Quando vado in milonga yo dico yo baile, io ballo! Se non sento questa energia è inutile andare a la milonga, sto a casa.
Ha il viso magro, sofferente, ma da come si muove si avverte quell’energia. Ed ecco abbraccia Maria e iniziano le note del tango di prima. Apertura, un passo, un singolo passo che riempie lo spazio. Maria segue quei movimenti aggiungendo grazia e presenza fisica. Le note sono sottolineate da movimenti precisi, misurati, facili, lineari, naturali. Alla fine del brano il silenzio è spesso, tangibile.
Gavito lo frange: -Visto? Sentite il tempo? Chi ha detto che per ogni battuta si deve fare un passo? Che significa? Se così fosse potremmo prendere tutti i cd de ciento aňos e buttarli, e balliamo con i tamburi. Mira
Lo dimostra con lo stesso brano. Ne viene fuori una interpretazione piatta ma armonica, chissà in quanti ci accontenteremmo di quella “banalità”. Poi di nuovo il “suo” tango fatto di dinamiche dei due corpi, aderenti tra loro e alla musica. Inconsuete barridas, caleçitas, luomo gira intorno alla donna, poi molinos in cui è la donna a girare intorno all’uomo. Sembra ancora più semplice, più naturale, senza sforzo. Fluiscono dentro le note di quel tango sconosciuto. Tutti, ancora a guardare, a osservare. Quello sembra concentrato ai movimenti dei piedi, la ragazza in jeans aderenti sembra registrare ogni adornos di Maria.
E il maestro ci sorprende ancora una volta, e decide che dobbiamo camminare.
Proprio dietro di noi con inconfondibile accento etneo:- Ma chi vinnimu pi caminari? Ma cu je’ chistu?
E’ quello che era entrato litigando in ritardo allo stage, ed eccolo di nuovo a distrurbare.
-Avete mai visto i cammelli ballare tango? E allora poque caminas asì?
Ed imita una ondeggiante andatura.
Tante lezioni eppure appena si tratta di camminare, ecco un branco di impediti. Ma nessuno desiste, ognuno si impegna ancora di più.
Incredibile ha scomposto una delle dinamiche eseguite in tante piccole sezioni e le ha fatte rifare a ciascuno. Riesce più o meno a tutti, sembra distante il momento che non sembravamo in grado di camminare.
Ora la mostra di nuovo segno che la lezione è al termine. Di nuovo disegnano traiettorie sul pavimento, suggerimenti delle note. Eleganza ed energia.
Appena scemano gli applausi raccomanda: Energia si no tienes energia, no tienes nada.
Applausi ancora, e il solito personaggio:-Ma chi lezione fu, senza capiri nenti, ma manco uno che traduce?
- dai lascia stare
- Ma chi lassu stari! Una lezione a camminare come un principiante.
Il giovane uomo che prendeva le presenze della lezione successiva, resta sorpreso dal diretto attacco che viene dall’ombra del vulcano.
- Ma che dice, il maestro decide…
- Chi decide? Io paavu chi soddi!
- Mi scusi, dobbiamo iniziare l’altra lezione, si accomodi in segreteria.
- Lo sai come lo chiamano quello a Catania?
- come?
- Rummulo? Si rummulo perché rummulia sempre Borbotta, non c’è volta che non abbia da ridire.
Ecco è arrivata la prima puntata un noir sul tango che potrebbe crescere giorno dopo giorno notte dopo notte con il contributo di chi vorrà intervenire. Le regole sono semplicissime: leggi, commenta e se vuoi proponi la prosecuzione...
ed allora forza se quest'impresa vi alletta fatemi sapere
I episodio - Profumo di zagara
Sabato di metà maggio, 4 del mattino. In quel tratto dell’autostrada tra Acireale e Fiumefreddo,
Il profumo di zagara è intensissimo, dolce, quasi stucchevole, eccessivo. La notte, l'aria
pulita e umida fa si ché arrivi alle nostre narici mentre “Yo soy de San Telmo” ci accompagna dopo una noche de tango a Catania.
-Ah, sai che oggi... ieri pomeriggio sono andato a correre e a Castanea delle Furie un tipa curatissima con sigaretta pendula mi affianca con la sua classe A Mercedes e mi chiede: Scufi, mi fsa dive dove di trofvano le scuole di Cafstanea delle fuvie? - sembrava di sentir parlare Duffy Duck.
Risata cristallina di Chiara - Come parlava?
- Proprio come Duffy Duck con la lingua di pezza o la zeppola in bocca:- Scufi, mi fsa dive dove di trofvano le scuole di Cafstanea delle fuvie?
- E tu che gli hai risposto?
- Non lo so, mi spiace sono di passaggio! Ma secondo te uno sta correndo, in pantaloncini e canottiera, tutto sudato, può mai essere uno del luogo disposto a dare informazioni? Per quello è meglio uno a spasso col cane o dei ragazzi che bivaccano sulla panchina!
Ancora risate:- Emiliano, con te questo viaggio dura un attimo!
- Grazie, è un bellissimo complimento! Ed il secondo in poche ore!
- E quale era il primo?
- Uno bellissimo: una ragazza mi ha detto che le piace ballare con me perché si sente mi appassiono alla musica.
- Accidenti allora hai fatto davvero colpo.
- Macchè, il tango è il tango, sto cercando di applicare uno dei consigli della mia maestra che una volta disse:-In quei tre minuti chi avete tra le braccia, uomo o donna, è l‘uomo o la donna della vostra vita, finito il tango finito tutto. E penso che sia meglio così a volte vita e tango si incrociano ma è meglio che non avvenga troppo spesso.
L’autostrada è deserta, la cassetta invia la voce del Muto “Esta noche me boracho”, i fari della Ford Fiesta del ’93 illuminano la notte. Ma lì sulla destra una sagoma barcollante sulla corsia d’emergenza, è un uomo che zoppica, cade.
Frenata, freccia, accosta, luce d’emergenza, i fari su quell’uomo. Straccia la busta del gilet ad alta visibilità, lo indossa:- Ma questo lo conosciamo era alla milonga questa sera, ti ci hai anche ballato!
Esce dalla macchina, quello a terra ha il viso gonfio, rosso, le vene alle tempie si vedono pulsare: - Ma che hai? ti senti bene? Che ci fai qui?
-Vattene, vattene, no, no, lasciami in pace.
-Ma che dici, stai male, da solo a piedi in autostrada. Dimmi che ti senti, dai ti portiamo in ospedale
- No, non voglio niente, vattene.
E da bocconi che era si affloscia come un sacco di iuta vuoto.
- Presto, Chiara chiama il 118! Questo sta male.
118 sul cellulare che si illumina, due squilli
-Pronto il 118?
-Centrale Operativa 118, prego.
- Siamo sulla Catania Messina, c’è un uomo che è svenuto sulla corsia d’emergenza!
- Calma e prima di tutto mi dia le sue generalità e il numero da cui chiama.
- Chiara Mancini, telefono dal 3267889134, abbiamo appena superato, Emiliano dove siamo?
- Passami il telefono ci parlo io.
- Pronto mi chiamo Emiliano Roncisvalle, abbiamo da poco superato l’uscita di Acireale.
- In direzione Catania o Messina? Siete coinvolti nell’incidente?
- Ma non c’è stato nessun incidente, questo signore barcollava sulla corsia d’emergenza, era da solo. Stiamo andando a Messina, abbiamo passato l’uscita di Acireale da meno di 10 km.
- Allora mi dica come sta l’uomo, è cosciente, respira?
- Era cosciente fino a un minuto fa poi si è accasciato, ma respira.
Emiliano mette due dita sulla giugulare:- Questo ha il cuore che gli batte all’impazzata ha la febbre altissima.
-Ok vi mandiamo un’ambulanza, voi restate lì, non vi muovete.
-E chi si muove, ma fate presto questo sta malissimo.
-Emiliano, che facciamo, ho paura!
-Niente, aspettiamo che arrivi l’ambulanza e controlliamo che respiri e che il cuore gli batta, ora lo mettiamo sul fianco.
- E se lo portassimo in ospedale?
- Orami abbiamo chiamato il 118, ci mandano l’ambulanza, sapranno loro cosa è meglio.
- Madonna che situazione!
- Siediti e cerca di rilassarti, più di quello che stiamo facendo non si può fare.
E intanto il cuore batteva all’impazzata, Emiliano cercava di ricordare i rudimenti di pronto soccorso che gli avevano impartito pochi mesi fa al corso di pronto intervento seguito in ufficio: controllo delle vie aeree, che fosse messo sul fianco meno che lesioni sconsigliassero di muoverlo. Qua di lesioni non ce ne sono, camminava, la bocca è aperta, respirare respira, il cuore batte all’impazzata, brutto segno ma batte.
L’atmosfera è irreale, da film, con le luci arancioni d’emergenza che illuminano intermittenti i catarifrangenti dei guarda-rail, qualche rara macchina sfreccia veloce senza fermarsi, muove l’aria profumata di zagara, troppo profumata.
Ecco in lontananza la stessa aria squarciata dalle luci dei lampeggianti blu e dal suono delle sirene. Arrivano finalmente un’ambulanza e una volante della stradale.
Scendono nel frastuono con gli abiti che si illuminano colpiti dai fari, sagome scure nella luce dei fari.
-Allora che è successo? – seccamente l’agente, mentre due dall’ambulanza corrono verso l’uomo a terra, portandosi la barella.
- Stavamo percorrendo l’autostrada quando l’abbiamo visto barcollare a bordo strada e ci siamo fermati.
- Allora l’avete visto cosciente- fa uno dell’ambulanza- vi ha detto qualcosa?
- Ha detto di lasciarlo in pace, ci ha detto di andarsene e poi è accasciato.
- OK, venite mi dovete lasciare le generalità e dobbiamo scrivere il verbale- con tono più gentile l’agente di prima, l’altro si occupa di fare scorrere i curiosi che ora rallentano fino a quasi fermarsi.
- Mi favorisce i documenti?
- Sì …
- Presto presto, non c’è più il polso, porta di defibrillatore, dai sbrigati! Sbrigati!
Stranissime sensazioni:
tornare nella città dove sei nato dopo dieci anni in giro per il mondo,
sentire il richiamo del venditore di sfincione che assomiglia al canto del muezzin,
guardare il palazzo dei sollazzi di un re svevo dalla finestra dell'ufficio