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lunedì, 27 marzo 2006

uik end

In un week end così sembra sia passato un mese intero, o almeno una settimana.

Arrivare nella città della "madunina" e dopo una cena in cui si sono incontrati asparagi selvati dei sicani, con carni suine affumicate nel bellunese, catapultarsi in una milonga dal nome gentile ed entomologico

E lì trovare tre ragazze argentine che aiutate da un flauto traverso, una tastiera e un violoncello, ci hanno portato a Buenos Aires e le nostre membra si sono mosse su quelle note o le note sono state suggerite dai piedi di chi ballava.

L'indomani all'alba la sveglia suona per assaporare il sole delle altitudini, alle pendici del Monte Rosa. Nevi azzurrine dure e reattive, si sono alternate a nevi molli e cedevoli, più bianche e giallastre. I muscoli si sono tesi in curvoni aggressivi, le lamine degli sci hanno sollevato turbini di cristalli di ghiaccio, lasciando due binari a ricordo del passaggio.

Ma i muscoli meritavano riposo e così, la notte bianca meneghina degli 800.000 è stata lasciata tutta a coloro che non erano sulle piste da sci.

L'indomani, nel paese delle emittenti, ma che non solo è emittenti, si radunavano un gruppo di podisti pronti a regalarsi il piacere di attraversare in lungo ed in largo il paese. Di passare su cavalcavia sonnolenti, prati e campi addormentati e luccicanti di rugiada. Correre lungo l'alzaia del naviglio, luogo di innumerevoli allenamenti. Giungere infine tra i primi 11, coprendo i 15 km in 59' e 17'', segno che sta arrivando il periodo di forma per Maratonear al meglio.

Andare a pranzo con un cinese simpatico e dotto, espressione elevatissima del suo paese. Lasciandosi guidare dalle suo conoscenze in un ristorante appunto cinese, per poi condurlo nella cittò di Teodolinda e provare il gusto estremo di formaggi di capra esposti in piazza.

Concludere  infine la serata a cena da altrettanto amici dotti e simpatici, tra una crema di castagne con crostini di pane e pancetta, un rollò di maiale al forno accompagnato a un toroide di spinaci. Degno compara di tal comarca fu il Sizzano colore del rubino, ma profumato come un bosco colmo di frutti saporiti.

postato da: felipelcid alle ore 19:53 | link | commenti (7)
categorie: corsa, tango
martedì, 21 marzo 2006

Maratonina di Pistoia 19 marzo 2006

 

 

 

Che piove ce ne accorgiamo solo quando siamo già pronti, sul portone. Sono le 7.30 di domenica mattina, se ci fossimo accorti che pioveva forse saremmo rimasti sotto le coperte. Ma ormai siamo pronti e quindi via, alla volta di Pistoia.

Arriviamo dopo un’oretta di auto, in autostrada piove a tratti, ma nella capitale dei vivai, il cielo è solamente velato.

Dal casello alla partenza della gara i segnali dell’organizzazione sono a prova di straniero timido. Sono le nove ci siamo iscritti, io alla ventuno, la rossa alla dieci km, il Luc non ha bisogno di iscrizione.

Appena fuori Pistoia, nella zona industriale, nome temibile, ma si tratta di un viale ampio con alcuni edifici che ospitano attività artigianali e appena dietro i vivai. Non c’è vento, l’aria è fresca, io sono in pantaloncini e canottiera, mi riscaldo, mentre Luc dalla sua posizione di cane è confuso: troppe gambe, troppa gente. Quando mi dileguo per entrare nella gabbia della gara competitiva ci resta male. Il suo piccolo branco si è diviso senza che ne abbia il controllo. La Rossa lo porta in fondo al gruppo della 10 km dove c’è meno gente e potrà trotterellare senza guinzaglio. Quello che avrà di sicuro pensato quando ha sentito il rumore di cappotti al mattino presto, rumore di passeggiata!

I pacemaker si fanno scattare le foto, parlano, scherzano, come i più ma dopo lo sparo, poche chiacchiere, si fa sul serio. Entriamo in città attraverso una porta tra le mura alte e grigie. Si corre tra molte curve e brevi saliscendi, tra palazzi patrizi e poi la piazza da dove si parte per l’Abetone.

Non ci sono quasi auto, ma alcuni infidi paletti, maligni cordoli di aiuole e spartitraffico richiedono attenzione e caviglia reattiva. I cartelli dei chilometri fanno capire che si faranno due giri dello stesso percorso due volte. Parto ben cosciente che non devo evitare qualunque sbrasata, ragionare. Si corre prima con la testa e poi con le gambe. Raggiungo subito il gruppo dell’ora e trenta. Starò in gruppo, ho deciso, dietro i tre pacemaker. Due settimane fa ho pagato una partenza troppo veloce, sarà meglio aspettare fino al 16°. Al 4° sono tentato di allungare, gli allenamenti di qualità hanno dato brillantezza, ma mi convinco di aspettare.

Al 10° il quadricipite sx si indurisce leggermente, la corsa si fa legnosa. Resto incollato a gruppo e cerco di rilassarmi, di respirare, di concentrarmi sulla tecnica di corsa. Ma anche di distrarmi dalla fatica, chiedo quasi inascoltato il sostegno il sostegno del pubblico. Si passa dal traguardo, è il primo giro. Mi sento bene, ma devo aspettare il 16°, allora cercherò di cambiare passo. Incredibile proprio al 16° un cartellone pubblicitario recita: E’ ORA DI CAMBIARE. E’ un segno! E’ proprio ora, faccio segno ad un podista cinquantenne che mi risponde con un sorriso, un po’ forzato per via della corsa.

Allungo un po’, e guadagno qualche metro dal gruppo. La salitella per arrivare in piazza, mi segnala una buona risposta muscolare. Continuo a quel passo, senza strappi. Ecco il rettilineo finale. Diciannovesimo km, vengo affiancato da due podisti, mi incitano restare con loro che stanno aumentando il ritmo, mi accodo. Ma appena cerco di allungare ancora il diaframma cerca spazio, dove non ce n’è. Tranquillo, respiro, rallento di un’inezia quella che basta per arrivare tranquillo. Ecco la Rossa , che insieme al Luc ha completato in percorso non agonistico, la chiamo mi scatta un paio di foto (diapositive, per lo sviluppo attenderò), sorrido. Ultimi 200 metri in scioltezza 1h 28’ 57. Quasi due minuti meno della Roma Ostia, questa volta in testa spesso girava questa milonga.

postato da: felipelcid alle ore 22:49 | link | commenti (4)
categorie: corsa
lunedì, 13 marzo 2006

Appunti del 31 dicembre

L'ultimo giorno dell'anno. Da Seyun andiamo a Tarim. La strada è un palmizio ininterrotto. Consociato a grano, ortaggi, erba medica.

Uomini governano l'acqua e lavorano la terra. A mondare dalle piante spontanee ed a raccogliere sono donne, vestite di nero con grandi cappelli di palma intrecciata. Non vogliono essere fotografate.

Passando vediamo fabbriche di mattoni di fango e paglia,

e forni per la calce: gli unici materiali di costruzione in questa zona del paese.

Visitiamo la tomba di Bin Isa, un santone che intono all'anno mille fondò molte moschee.

Una scalinata candida. La vista domina la valle.

Tarim. visitiamo il sontuoso palazzo in stile indiano,

sempre di mattoni di fango, ma con soluzioni audaci e decori molto elaborati.

 

Scene di vita quotidiana, bambini che giocano, ora con le penne e i quaderni nuovi, tra pile di mattoni cotti al sole

 

I nostri autisti ballano con le jambia sguainata accompagnati dalla musica yemenita

postato da: felipelcid alle ore 19:23 | link | commenti (3)
categorie: viaggi
lunedì, 06 marzo 2006

XXXII Roma Ostia 5 marzo 2006
In metrò a Roma, lo zaino a terra, sono le 8.45, un po’ tardi. Fermata EUR Palasport, la mia. Mi alzo come gli altri podisti che si riconoscono per l’abbigliamento e per il numero appiccicato sulla borsa. Ma c’è Nino! Ci incamminiamo verso l’uscita studiando la tattica di gara per dare un dispiacere a quei Kenioti che incrociamo sotto il Palasport. Il primo 10.000, coperti dietro ad una decina di metri da loro, circa in 29’00’’, poi ancora coperti fino al 15° diciamo altri 14’25’’. Poi quando si domanderanno “chi sono questi” sferriamo l’attacco di 2 km a 2’40’’, se non reagiscono bene, se dovessero reagire si tratterà di giocarsela in volata. Nino dice che la tattica di gara non fa una grinza, ma è anche vero che sono dei bravi ragazzi che si guadagnano da vivere correndo, e che non è giusto levargli in pane di bocca. Vero è! e mentre dissertiamo di fare la gara che più ci si addice e a come la tattica si deve adattare perfettamente allo stato di forma dell’atleta vediamo che i camion dell’organizzazione che portano le borse all’arrivo stanno partendo!
Io mi spoglio in un baleno, ficco nello zaino impermeabile e tuta, consegno la borsa nel camion giallo dei ritardatari, mentre il tipo urla: Ahooo, chiudi, chiudi, partimo, partimo!
Di Nino ho perso le tracce. Mi riscaldo sotto il cielo plumbeo che minaccia pioggia, anche se la camminata con lo zaino era sufficiente. Entro in gabbia quella della seconda linea. Incontro amici di Messina che si chiedono come mai non mi hanno visto ultimamente… certo sono a Palermo qualche mese.
Insomma si parla del più e del meno che si sente lo sparo dello starter. I due saettano veloci tra la folla, io scelgo la mia linea, e faccio bene. Gente che ruzzola, che urla, scarpe senza il piede dentro, ci sono ancora 21 km! Calma, calma. Qualcuno sorpassa zigzagando, e qualcun altro lo manda ad un altro paese che non è Ostia.
Vado bene regolare a 4’10’’, al settimo sono preciso come un orologio. La salita del camping l’umido, non tengo il ritmo. Corsa brutta, impacciata. Brutte notizie dal cronometro. Brutte notizie dalla gambe. Nono km, ancora pessime nuove dagli appoggi. Mi raggiungono i pacemaker dell’ora e mezza. Mi accodo. Parlano, raccontano barzellette, ed incitano. Passo al 10 km in 42. Ho ripreso discretamente ma non mi piace come corro. Una pruzzata di pioggia, buona per rendere viscida la strada. In testa questo tango quello che avevo ballato ieri nella mia prima milonga a Roma. Quelli dell’ora e trenta si distaccano al 17km il km in cui di solito riesco a cambiare passo, non ne ho nessuna voglia. Continuo con il tango in testa, distratto dalla vista del mare in tempesta dalle folate di vento dalla quali cerco di proteggermi accostandomi a qualche altro podista. Distratto dalla gentilezza di Carlo e Alessandra dai nostri racconti di viaggi che si mescolavano nel pomeriggio di ieri proprio qui vicino, dall’ospitalità squisita di Malvina e Johan, dalla simpatia di Loredana, dalle preparazioni gastronomiche di Ivano pronte per pranzo, dai confronti tra raccontatori di storie di Agu. Mi accorgo che corro senza agone, col tango nella testa e poco allenamento delle gambe, e se mi dedicassi ad una cosa alla volta? No mi piace tutto, perché mai rinunciare. Al 19° le gambe vogliono andare di più, la testa è contraria. E la testa aveva previsto benissimo, vento contro a raffiche che si susseguono incessanti sul rettilineo finale, al 20° accenno di crampi al polpaccio destro. Passo costante, senza forzare, arrivare senza danni, domani si corre di nuovo. Arrivo: 1h 30’47’’. Non vedo la Rossa, lei non vede me. Non vedo nessuno degli altri della Palermo h 13.30, tra la moltitudine che nel piazzale avvolta malamente dalle coperte termiche. Il vento consiglia: doccia subito. Ancora il tango nella testa, lascio la cabina ad una podista napoletana. Treno Ostia Roma, pieno di podisti col sale in faccia, di spettatori, di borse, di racconti di fatica, di amici incontrati e non incontrati, di gente forte, delle gazzelle del kenia, di sport praticato ognuno come può. La XXXIII edizione è imperdibile…
Dai Rossa, la prossima settimana vieni a correre anche tu, se ti va…

postato da: felipelcid alle ore 22:05 | link | commenti (8)
categorie: corsa
giovedì, 02 marzo 2006

Appunti del 30 dicembre


Sveglia alle 3.00, ci prepariamo per attraversare il deserto i bagagli chiusi in sacchi di plastica. Fa freddo. E’ buio pesto. Colazione. In carrozza! Abbiamo la guida beduina. Un ragazzo che dimostra vent’anni.
Innumerevoli controlli di polizia. Il cielo è stellato fino all’orizzonte, piatto, deserto pietroso solcato da una striscia di asfalto. Ennesimo controllo di polizia, verificano le targhe delle auto, le spuntano su un foglio che diamo ogni volta. Pozzi petroliferi, illuminati dalle fiamme dei gas di scarto. Ultimo posto di controllo. Un luogo sperduto. Due baracche di lamiera, i soldati che emergono indossano cappotti di lana verde dismessi dall’esercito russo, è evidente sono due misure più grandi. Hanno gli occhi grandi, rossi di sonno, intirizziti dal freddo, la barba incolta.


Lasciamo la strada, gli autisti sgonfiano le gomme. Il beduino passa il manometro agli altri. È l’alba, fa ancora freddo, anche noi siamo avvolti nei cappotti. Ma non è solo sabbia...


Partiamo alla volta di Sabwa, tagliando il deserto. I piloti si esaltano tra le dune. Alle nove ci fermiamo ai piedi di una duna enorme. La scaliamo, rotoliamo giù. La Rossa fa un giro col fuoristrada del beduino: una asso delle dune.


Procediamo tra un insabbiamento e due tentativi di cappottamento da parte dei piloti meno esperti. Il beduino fa l’elastico e tiene corto il convoglio. Per ampi tratti corriamo quasi paralleli, in altri in colonna ad oltre 100 km/h galleggiando sulla sabbia.

 



La città di Sabwa è maestosa, o meglio doveva esserlo sulle rive del Wadi Marabut, quando tutte le carovane dovevano passare da qui, quando i campi erano coltivati, quando i commerci fiorivano. Ci accolgono dei bambini che cercano di vendere dei cristalli di salgemma, delle riproduzioni di monete di Sabwa, compriamo qualcosa, regaliamo delle penne e block notes. La nostra guida, Nasser, ci dice che questi non vanno a scuola, per venire fin qui percorrono 10-15 km a piedi, non scrivono. Magari disegneranno…

Sono le 11.00 spuntino a base di pane, grana portato da casa, banane e arance locali e poi qualcuno estrae dallo zaino un barattolo di nutella ed un panettone. I ragazzini sono distolti dall’arrivo di un gruppo di austriaci, ma poi quando questi non comprano nulla tornano da noi. Gli offriamo di tutto, mangiano con cautela solo il panettone.
Il più minchione degli autisti viaggia da solo con Nasser che lo cazzìa ogni tre minuti, all’ennesima imprudenza nessuno è voluto salire sulla sua auto, siamo ridistribuiti sulle altre auto, compresa quella del beduino.
Ora le dune sono bianche, una distesa impressionante “the empty quarter”, lontano e solo da un lato delle montagne con pareti a picco sui conoidi di detrito. Ad occhi almeno 200 km di distanza.

 

Sembra ci sia un lago poco più in là. Ed invece è solo sabbia, sabbia, sabbia dove si perde il confine con l’Arabia Saudita.

L’ultimo tratto è il più insidioso. Sabbia finissima, impalpabile. Dune da affrontare senza esitazione. Mousaf, il nostro autista arriva per primo dove la sabbia cambia ancora, dove è meno ingannatrice, ferma l’auto, scende, estrae la pistola spagnola dalla fondina, esplode due colpi in aria: segno di vittoria. Ha attraversato il deserto senza intoppi anche questa volta. Il sole è cocente. Gli altri non arrivano. Il cellulare avverte che sono insabbiati poco dietro. Moussaf mi affida le chiavi dell’auto e si incammina un uomo ed il deserto immenso davanti a lui. Poi parla ancora al telefono e torna indietro. Si sono liberati. Dopo poco spuntano dalla dune. Una auto ha bucato. Il beduino sostituisce la gomma in un baleno. Dopo poco ci fermiamo ad una stazione di servizio ai confini con la realtà.

 

Beduini armati di Kalashnikof, vagoni ferroviari usati come latrine, una pompa di benzina scalcagnata. Un pick up monta un robusto treppiedi sul cassone…

postato da: felipelcid alle ore 23:19 | link | commenti (1)
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